Una razza in via di apparizione
Enrico DolzaBambini nati e cresciuti in simbiosi con le tecnologie multimediali e con internet, che usano con una sconcertante disinvoltura sin dalla prima infanzia e che sono parte integrante della loro identità individuale e sociale.
Bambini che navigano su internet ancor prima di saper scrivere e che usano strategie cognitive molto diverse da quelle degli adulti e in generale di tutti quelli nati prima del 1996, anno spartiacque perché quello della diffusione dello stesso internet. Adulti che definiremo, per opposizione ai nativi, immigrati digitali.
Nativi e immigrati, nelle loro differenze e somiglianze, nelle loro relazioni e differenti strategie di comunicazione e ragionamento, sono oggetto dell’interessante saggio “Nativi Digitali” di Paolo Ferri, docente di Teoria e Tecnica dei Nuovi Media all’Università di Milano Bicocca.
Ferri propone all’attenzione del lettore esaurienti ricerche internazionali, che spaziano dalla sociologia alla neurologia alle scienze dell’educazione, che ci forniscono un quadro preciso sulla sfida che i nativi digitali inconsapevolmente ogni giorno lanciano al nostro sistema, in particolare a quello della formazione, che appare sempre più in difficoltà e impreparato ad affrontarli, o meglio, ad incontrarli.
Un bel libro, forse una delle più significative sintesi su un argomento che affascina e che tocca da vicino tutti noi che lavoriamo nel mondo dell’educazione.
Peccato solo, forse, per la “Parte Quarta: istruzioni per genitori e insegnanti”. Un agglomerato di luoghi comuni che finiscono col proporre delle generalizzazioni che ci paiono sinceramente inaccettabili: davvero tutti i nativi hanno una grande attitudine al lavoro in team a causa delle modalità più partecipate ed interattive di rapportarsi con le tecnologie della comunicazione? Davvero hanno una più forte autonomia, indipendenza, creatività e curiosità di quanta ne abbiano gli immigrati digitali? E, parlando dei loro difetti, davvero son tutti anarchici, insofferenti all’autorità, concentrati su se stessi e le loro passioni? E davvero è nostro destino quello di insegnare loro la pazienza e la fatica?
O invece, tutto ciò non potrebbe essere stato anche il pensiero di un copista medievale nei confronti dei primi figli di Gutenberg?




