Due volte diversi
La percentuale di bambini disabili stranieri è in continuo e significativo aumento in tutti gli ordini di scuola. Si può parlare di una “migrazione certificata”? E’ questo l’interessante ed inedito spunto di riflessione proposto da Monica Gozzini Tirelli, dirigente scolastico nella provincia di Brescia, coordinatrice di una ricerca pubblicata dalle Edizioni Cartman col titolo “Due volte diversi - Bambini stranieri certificati a scuola”.
È lecito chiedersi perché certi tipi di “patologie” fossero fino a qualche anno fa assenti, o meglio definiti disturbi per i quali nessun insegnante, pur riconoscendo la situazione difficile e problematica, avrebbe chiesto una certificazione all’Asl? La ricerca mette in evidenza come l’attenzione della scuola sia troppo spesso concentrata non sul bambino nella sua totalità, ma sul suo “pezzo cognitivo”: questo rischia di compromettere per tutta la vita l’integrità psicofisica del bambino attraverso una diagnosi-etichetta che scorpora il bambino stesso e lo inquadra in categorie psicopatologiche.
L’aumento percentuale di certificazioni di bambini stranieri cresce con l’ordine di scuola preso in considerazione, quasi che rispecchiasse più che una condizione di reale disabilità, un insuccesso scolastico. E non è forse azzardato dire che l’insuccesso scolastico comincia proprio dalla scuola dell’infanzia, che in Italia è il luogo del gioco e dell’accoglienza, ma anche e soprattutto quello della costruzione dell’autonomia e dell’acquisizione dei prerequisiti necessari per un adeguato inserimento nella scuola primaria. Può quindi pesare la fatica delle insegnanti ad elaborare programmazioni che tengano conto delle diversità culturali e a gestire il rapporto con i genitori. A scuola il bambino figlio di stranieri si trova ad acquisire gli apprendimenti fondamentali per un dato ambiente culturale, nel nostro caso quello italiano, in un contesto e con metodologie differenti da quelli dei genitori e quindi estranei per la famiglia. La fatica, e a volte l’impossibilità, da parte del bambino, che si trova da solo a mettere insieme culture differenti, lo porta a costruirsi su opposizioni: dentro e fuori casa, prima e dopo l’emigrazione, noi e gli altri. Bambini quindi che, forse, più che avere una disabilità, vivono il forte disagio di essere diversi nella scuola, perché stranieri. È diverso il colore della pelle, il suono della loro lingua, la loro casa e i loro genitori propongono stili di vita diversi rispetto ai coetanei. Certamente questo può indurre il bambino ad avere un comportamento inadeguato, confuso, provocatorio, a volte aggressivo.
Ci si chiede quindi quanto l’essere portatori di una determinata cultura di appartenenza incida sulle diagnosi e di conseguenza sul sistema di cura. Visto l’aumento vertiginoso delle certificazioni, che pare colpire in particolare gli alunni stranieri, occorrerebbe quindi da un lato prendere coscienza di queste dinamiche, dall’altro individuare nuovi modi di collaborazione fra le istituzioni e le famiglie, creando un clima di fiducia, stima e condivisione che aiuti il bambino a riunire le sue diverse e opposte realtà. Uno strumento in questo senso che troviamo particolarmente interessante è la progettazione di percorsi di apprendimento condiviso dell’italiano fra genitori e figli, che può diminuire fortemente il rischio di emarginazione materna e favorire in seguito la collaborazione scuola-famiglia.




