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Sordità, famiglie, professionisti, in Europa
Enrica MaglioneDal 23 al 25 ottobre 2009 si è svolto a Verona il Congresso Internazionale della Federazione Europea delle Associazioni degli Insegnanti dei Sordi (FEAPDA).
Pubblichiamo il resoconto di una osservatrice, che si è soffermata su alcuni aspetti tra i tanti trattati nel corso dei tre giorni, e in particolare sui punti salienti della relazione della professoressa Patrizia Gaspari dell’Università di Urbino, che ha rappresentato l’Italia nell’ambito del Congresso.
Sulla sordità è emerso un quadro europeo ed internazionale molto eterogeneo, variegato ma anche ricco di esperienze, studi ed attività ben specifiche al passo coi tempi e che costituiscono lo specchio della società contemporanea dell’Europa Occidentale.
E’ sorprendente il livello di approfondimento sulle tematiche legate alla sordità, non solo per gli aspetti medici, ma anche e soprattutto per l’ambito scolastico, educativo, linguistico e per quanto riguarda l’erogazione dei servizi alla persona.
In molti paesi esistono scuole speciali per sordi, ma tutti lavorano per la piena integrazione della persona sorda nella scuola e nella società, dalla nascita al suo inserimento nel mondo del lavoro. Il personale è ovunque altamente qualificato: dagli insegnanti agli educatori, dagli operatori sanitari agli interpreti in Lingua dei Segni.
In particolare nei paesi del nord Europa, sono notevoli i servizi gratuiti di sostegno alle famiglie, sia ambulatoriali che domiciliari: associazioni per genitori di bambini sordi, o per bambini udenti figli di famiglie sorde, corsi e seminari di Lingua dei Segni durante tutta la crescita del bambino, insegnanti di sostegno e curricolari specializzati esclusivamente sulla sordità ed in costante collaborazione con la famiglia, operatori domiciliari, servizi per l’avviamento al lavoro degli adulti sordi.
Da segnalare anche la situazione linguistica, in quanto la Lingua dei Segni è riconosciuta e diffusa nella quasi totalità dei paesi intervenuti che, all’unanimità, tendono verso il bilinguismo. In tutti i servizi viene garantita la presenza dell’interprete non solo nella Lingua dei Segni del paese di origine ma anche in altre lingue. Interpreti e mediatori culturali sono a disposizione per gli immigrati sordi, presenti in modo massiccio su tutto il territorio nordeuropeo. La Lingua dei Segni viene utilizzata anche con i bambini i cui genitori hanno fatto la scelta dell’impianto cocleare, come ulteriore possibilità comunicativa. La diatriba tra sordi segnanti ed oralisti è presente ma non in modo conflittuale e radicato come in Italia.
A questo proposito, qual è la situazione italiana? Sicuramente non così brillante. Essa è stata presentata con una relazione dal titolo: “Luci ed ombre nell’inclusione scolastica dei bambini sordi in Italia" da Patrizia Gaspari, docente dell’Università di Urbino ”.
Luci ed ombre, è stato questo il focus della presentazione italiana, con un accento particolare alle ombre piuttosto che alle luci.
L’esposizione è stata, infatti, molto critica sullo stato attuale dell’integrazione scolastica dei bambini sordi in Italia. A mio avviso ha presentato una fotografia piuttosto realistica ed oggettiva del contesto italiano che denota, in questo momento storico ed in questo ambito in Italia, uno stato di confusione generale sul significato di integrazione, sui metodi riabilitativi e sui diversi ruoli delle figure professionali che gravitano intorno al bambino sordo.
L’inclusione attuale dei bambini sordi in Italia continua a manifestare contraddizioni ed elementi di problematicità, primo fra tutti la secolare diatriba riguardante la metodologia riabilitativa tra il metodo orale e segnico e vi sono ancora pochi esempi di approcci verso direzioni multimodali ed integrate.
Per il bambino sordo, inclusione deve significare stare insieme agli altri, non solo in modo fisico, ma anche attivo, esercitando il suo diritto di partecipare, essere coinvolto, crescere come persona. Partecipare significa “esserci nel mondo”, lasciare un segno originale, unico, della propria esistenza, lasciare una traccia di sé nel mondo. Il problema riguarda anzitutto la competenza linguistica dei sordi, che è il requisito fondamentale per poter comunicare e partecipare insieme agli altri.
La Gaspari afferma che la Lingua Italiana dei Segni (LIS) non deve essere uno strumento di serie B, ma la strada naturale per i sordi per accedere alla comunicazione; altrimenti si arriva ad un punto paradossale di “emarginazione nell’integrazione”, che è proprio ciò che si deve evitare.
Non può esserci poi solo la visione sanitaria che prevede l’intervento logoterapico verso la riabilitazione del linguaggio, né può esserci solo una visione antropologico-culturale che prevede il sordo come entità di una cultura a parte, arroccato su certe posizioni e non dialogante con il mondo.
Occorre piuttosto il dialogo tra operatori e le varie istituzioni per giungere ad una “cultura della coralità” che preveda contaminazioni, intrecci, raccordi, visioni partecipate con il rispetto di tutti i punti di vista, per arrivare a traguardi comuni.
E’ necessario tentare tutte le possibili strade per adattare l’impostazione metodologica e l’organizzazione curriculare ai bisogni del singolo bambino sordo nel contesto scolastico e all’interno del gruppo dei pari.
Non si può rimanere in una situazione di auto-referenzialità, ma dare valore alle diversità valutando accuratamente chi è quel bambino sordo, quali sono le sue capacità personali, le tendenze, gli interessi, qual è il suo deficit uditivo e qual è la scelta metodologica abilitativa o educativa della famiglia e a lui più confacente.
Ad avviso della Gaspari non si può non essere critici verso il sistema scolastico e universitario italiano: per diventare insegnanti di sostegno sono previsti solo sette esami aggiuntivi nel Corso di Laurea di Scienze della Formazione Primaria e questi non forniscono di certo un adeguato bagaglio formativo, sia teorico che pratico, per raggiungere una competenza nel lavorare con i bambini sordi. È difficile, inoltre, trovare in ambito universitario esperti di LIS, di logopedia o di impianto cocleare e ciò denota immobilismo e non adeguatezza funzionale del nostro sistema universitario.
Sarebbero opportune, invece, competenze mirate e specifiche non solo nel settore del deficit uditivo ma anche negli altri settori di disabilità: in Italia si tende a rimanere in superficie, non c’è educazione speciale in molti campi.
In realtà, fin dal principio della piena integrazione degli alunni diversamente abili in tutte le scuole di ordine e grado, prevista dalle leggi 517 del ’77 e 104 del ’92, non c’è stata preparazione adeguata all’inclusione del bambino sordo nella scuola. Nella scuola primaria si trova a volte una maggiore flessibilità, uno spirito più innovativo, una visione meno contenutistica delle conoscenze e questo può favorire una maggiore integrazione. La scuola secondaria, invece, ha su di sé problematiche più cupe per le difficoltà che incontra il sordo ad apprendere.
Esiste uno svariato numero di figure professionali e quindi una notevole confusione di ruoli tra interpreti, educatori sordi e udenti, assistenti alla comunicazione. Inoltre, spesso, il lavoro di tutte le persone che gravitano intorno al bambino sordo non è armonico e vive situazioni dicotomiche laceranti. Purtroppo è proprio il bambino a farne le spese ed anche la famiglia che, avendo a disposizione solo informazioni generiche, non è preparata a fare una scelta metodologica e riabilitativa adeguata per il figlio.
Bisogna poter scommettere in futuro su figure specializzate ma non specialistiche e chiuse nel loro tecnicismo, altrimenti si rischia di far prevalere la visione medica su quella educativa.
Da pedagogista, la Gaspari, sottolinea come i suoi colleghi italiani cerchino di dare valore alla didattica ed all’educazione, ma anche come spesso il linguaggio medico sia prevalente su quello educativo.
Il suo augurio è quello di giungere ad un “dialogo ad armi pari”, cioè ad una situazione di uguaglianza e opportunità tra questi due ambiti, ma rivedendo, in primis, il percorso formativo degli insegnanti, sia la per la loro formazione universitaria che per quella di aggiornamento continuo, a proposito di una realtà che è anche in grande evoluzione.









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