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Club V.I.P., un libro per discutere
Valentina PaoliLuc Leprêtre, Club V.I.P. – Very Invalid Person
Ed. Anne Carrière, Paris, 2009
Club V.I.P., libro recentemente uscito in Francia, è stato presentato dai media come una novità nel panorama letterario relativo alla disabilità, dal merito di mettere in luce un sistema sociale che ghettizza i disabili "privilegiandoli".
Non potevo che correre a comprare il libro e leggermelo tutto d’un fiato.
L’opera si preannunciava come una ventata d’aria fresca, la promessa di una doverosa inversione di marcia dalla stagione della perenne rivendicazione di diritti fatta sempre sottolineando le carenze, ad una di adempimento dei doveri sulla base dei progressi sicuramente fatti dopo anni di lotte.
Ho trovato invece un boomerang, un libro che ha avuto l’effetto contrario di lasciarmi l’amaro in bocca e la sensazione sgradevole che “handicappati”, sì che brutto termine, ancora non sia solo un aggettivo secondario per alcuni esseri umani ma anzi si stia ormai consolidando come un sostantivo e sempre più negativo.
La copertina succosa, una parodia di Charlie’s Angels in carrozzina, mi anticipava finalmente un nuovo modo di vedere la realtà, così come la trama riassunta in due righe: tre persone disabili, stufe della disoccupazione forzata – naturalmente e senz’ombra di dubbio dovuta al loro handicap - si inventano un nuovo sistema per lavorare, guadagnare e rendersi utili alla società. I tre creano il Club V.I.P., Very Invalid Person.
Non potevo che ridacchiare felice al gioco sulla “I” di V.I.P. Finalmente! Insomma questo club non faceva altro che vendere alle persone “banalmente abili” i privilegi (sic) dei disabili, come per esempio l’accesso rapido alle casse nei grandi magazzini, oppure scavalcare le interminabili code di Eurodisney...
Ebbene, se l’anticipo era questo, chissà quanto altro doveva venire.
E invece…tutto qui. Il libro presenta i suoi tre personaggi e tenta di farli emergere dal loro handicap (Ben souvient, quand on est en fauteuil, on est handicapé, invalide, « à mobilité reduite » mais on est très rarement une femme ou un homme (pag. 63)[1], tenta di dare loro qualche tratto psicologico e qualche caratterizzazione personale ma in ultima analisi le sedie a rotelle sono davvero ingombranti e assumono proporzioni immense schiacciando chi vi è sopra. 243 pagine in cui la parola “fauteuil roulant[2]” sarà ripetuta almeno 120 volte, 243 pagine intrise di un humour la cui valenza liberatoria è del tutto discutibile proprio perché sempre e costantemente imperniato sulle “ruote” o comunque sull’handicap, 243 pagine che ci fanno pensare agli handicappati solo in termini di categoria a sé stante rispetto alla specie umana.
Certo il costante riferimento all’impossibilità di muoversi, a tutti i disagi, alle frustrazioni continue taglia il respiro, rende l’aria pesante ed effettivamente fa riflettere sul fatto che è realmente così, dall’handicap non si scappa e vi si è soggetti, volenti o nolenti, 24 ore su 24.
Sicuramente in questo senso sono molto sentiti i passaggi, frasi brevi e pungenti cariche di drammaticità che evidenziano il disagio di chi è forzatamente diverso: proprio quei passaggi sottili e incisivi che mi avevano portata a pensare che l’autore avesse la consapevolezza propria di chi l’handicap lo vive sulla propria pelle. Tuttavia, dando un’occhiata alle interviste fatte su internet a Leprêtre ho notato con tristezza che nonostante il palese intento di evidenziare che si è prima di tutto persone e che il resto viene secondariamente come un corollario, è sempre stata sottolineata prima di tutto l’invalidità di Leprêtre (come se questa fosse il prerequisito fondamentale per scrivere…stiamo parlando di un libro o della sua vita privata?) e secondariamente la trama senza dubbio originale.
Che io sappia è stata completamente ignorata qualsiasi discussione costruttiva sullo stato della società di oggi.
Nulla si dice dello squilibrio fra ciò che sono i diritti e ciò che piuttosto sconfina nella sfera dei privilegi. Invece di portare a riflettere, il libro sembra un’altra delle interminabili petizioni perché le persone disabili abbiano…ancora di più, senza considerare la valenza ghettizzante di questo “di più”.
Leprêtre tenta di scuotere le coscienze, e forse vi riesce, scrivendo con franchezza di argomenti “tabù” quali “invalidi cattivi” (En France, on n’imaginait pas qu’une personne sur fauteuil puisse être malhonnête, pag.50[3]), sesso, problemi fisiologici anche raccapriccianti, e non ultimo l’urlo di disperazione lanciato con la creazione del Club V.I.P., perno centrale del libro. Il tentativo però sembra infrangersi contro la fossilizzazione radicata nella coscienza delle masse e quindi in ognuno di noi, dell’immagine dell’handicap come disumanizzante, perché, è inutile nascondercelo, l’handicap ci fa paura.
Leprêtre a mio avviso commette, forse inevitabilmente, lo stesso errore di Jérèmy: "Son problème était là, il le savait, il voulait toujours se prouver qu’il existait, qu’il faisait partie du jeu, oubliant trop souvent de vivre simplement(pag.112)"[4]
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[1] Molto spesso quando si è su sedia a rotelle si è considerati “handicappati”, “invalidi”, “a mobilità ridotta” ma molto raramente “donna” o “uomo”
[2] Sedia a rotelle
[3] In Francia non ci si immagina che una persona su sedia [a rotelle] possa essere disonesta
[4] Il suo problema era quello, lo sapeva, voleva sempre provare a se stesso di esistere, di far parte del gioco, dimenticando troppo spesso di vivere, semplicemente








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