Genitori esigenti, illusi, polemici ?

Giada Poluzzi

Essere genitori di un bambino che la società identifica diverso è un’esperienza che cambia il modo di vivere, pensare e vedere il mondo.
Per prima cosa devi accettarlo, combattendo i sensi di colpa per avere fatto un figlio così, e poi inizi a darti da fare: visite mediche, colloqui con il neuropsichiatra, sedute da specialisti, incontri con educatori e insegnanti.
A casa osservi il tuo piccolo, a volte con occhi di madre o padre, a volte con occhi clinici, cercando di mettere in pratica ciò che ti viene detto dagli specialisti che seguono tuo figlio. Per cui lo porti di qua e di là (fisioterapia, logopedia, musicoterapia, nuoto, nido, scuola,…) perché desideri che tuo figlio abbia il meglio e desideri essere sostenuto come genitore da qualcuno competente.
Pian piano che tuo figlio cresce, inizi a incontrare altri genitori, altri bambini: al nido, al parco giochi, a fare la spesa, in piscina o in palestra, in vacanza. I pensieri si infittiscono: “Ma avrà capito che nostro figlio è diverso?”; “Nostro figlio è più grande del suo, ma non cammina ancora, non parla ancora”; “Si è fermata a parlare con noi perché ha capito che nostro figlio è diverso, quindi per compassione, o perché veramente siamo simpatici?”

E di nuovo, nell’intimità della tua casa, osservi tuo figlio, lo sproni.
A volte dimentichi che lui è diverso: giochi con lui, ridi con lui, ti incanti a guardarlo. Senza accorgertene, ti innamori della sua diversità.

Ma poi esci di nuovo, fai altri incontri e di nuovo i pensieri…. È una spirale, un circolo vizioso che si ripresenta ogni giorno. Quando siamo noi genitori con il nostro piccolo, da soli, va tutto bene, ma quando ci si confronta con altre famiglie che hanno bambini della stessa età o addirittura più piccoli, si ricomincia a pensare alle differenze, alle capacità di uno rispetto all’altro; ci si interroga sul reale interesse dell’adulto incontrato. Il rischio è che si diventi o troppo aggressivi (“che hai da guardare?!”) o troppo remissivi (“sto in silenzio perché non c’è confronto tra i nostri figli”)

La difficoltà più grande è accettare che tuo figlio faccia tanta fatica a raggiungere una competenza che gli altri bambini raggiungono senza sforzo apparente: semplicemente ‘lallare’, battere le mani, girarsi quando lo chiami. È frustrante: vedi tuo figlio che si impegna, che deve allenarsi continuamente per raggiungere piccoli traguardi; vorresti fare tu al posto suo, ma non si può perché altrimenti non sviluppa l’autonomia.

E allora, di nuovo, nell’intimità della nostra casa ci costruiamo un mondo dove nostro figlio è campione olimpico di una qualsiasi categoria sportiva, è laureato o addirittura doppiamente laureato, vince il premio Nobel o diventa Presidente… perché il mondo vuole così, perché solo chi è in cima viene visto, acclamato, benvoluto e tu, che desideri solo il meglio per il tuo ‘scricciolino’, vuoi che tutto il mondo lo veda e lo ami, come lo ami tu.

A volte è difficile ritornare alla realtà, scollare questo mondo creato nella propria mente da quello che è fuori. È difficile rendersi conto dei limiti del proprio figlio: capire fin dove può arrivare con le sue forze e dove no e accettare che ci siano vicoli ciechi, strade sbarrate, ma non per la cattiveria del mondo, ma perché la natura l’ha fatto così.

Si rischia di diventare genitori esigenti (gli facciamo fare di tutto: terapie ufficiali e alternative, sport, teatro, esercizi a casa, giochi mirati al potenziamento,….), illusi (nostro figlio frequenterà l’università), polemici (non ci danno il meglio per nostro figlio).

Ma quale genitore, mentre aspetta l’arrivo del suo bebè, pensa a suo figlio come a un impiegato di Macdonald’s, o cameriere o pizzaiolo o addirittura lo immagina frequentare un centro diurno? Eppure non c’è niente di umiliante in questi lavori, sono lavori dignitosi.
Non bisogna giustificare i genitori, solo perché vivono un’esperienza così complicata, non bisogna neanche assecondarli facendo in modo che ogni loro richiesta venga esaudita (mio figlio ha diritto a questo o a quello), forse bisogna aiutarli a parlare dei sogni che hanno sui propri figli e far capire loro che un figlio cameriere felice è meglio che un figlio laureato infelice e solo.

 

 



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