Adriana Lodi, protagonista nella storia dei nidi d'infanzia

Gli asili nido comunali esistono in Italia da quaranta anni: la legge che li ha istituiti ha avuto l’approvazione in Senato il 2 dicembre 1971.
Siamo onorati di pubblicare qui la testimonianza di una protagonista della storia di quella approvazione.
Noi che ci occupiamo dell’integrazione di piccoli con sordità vediamo da vicino l’importanza del nido come ambiente per sollecitare lo sviluppo di tutte le abilità di base, il piacere della scoperta, la capacità di essere in relazione con gli altri. L’educazione è elemento di grande valore, che si aggiunge all’importanza sociale della struttura nido.

Adriana Lodi, Assessore ai servizi sociali al Comune di Bologna dal 1966 al 1970 e parlamentare dal 1970 al 1992, aveva inaugurato i primi due asili nido a gestione comunale a Bologna ben due anni prima della legge, già nel 1969.
Questa intervista a lei vuole ricordare i primi 40 anni della legge, ottenuta grazie alla spinta popolare e fortemente e tenacemente voluta da Adriana Lodi, e la necessità di un impegno di tutti per ampliare un servizio indispensabile.
La testimonianza è stata raccolta
nel novembre 2011
da Lorenzo Campioni.

Da chi è stata voluta e sostenuta la legge istitutiva degli asili nido comunali ?

La legge 1044 del 1971 ha avuto un percorso anomalo rispetto all’iter normale delle leggi.
Non c’era nessuna iniziativa governativa e da parte dei gruppi parlamentari non si era provveduto a presentare proprie proposte di legge. Si è assunta come proposta-base per il dibattito quella elaborata dai tre dirigenti delle organizzazioni sindacali (CGIL, CISL, UIL), che erano anche parlamentari.
Il testo discusso è quindi quello di fonte sindacale, strettamente collegato al primo piano di sviluppo economico e sociale che stimava che in Italia mancassero 10.000 asili nidi e nel piano quinquennale la proposta era di costruirne almeno 3.800.
Le organizzazioni sindacali presero come riferimento quest’ultimo dato e per il finanziamento proposero che il 50% fosse a carico dello Stato e l’altro 50% sarebbe derivato dall’aumento dello 0,18% dell’aliquota contributiva dovuta dai datori di lavoro al fondo di adeguamento pensioni dell’assicurazione generale obbligatoria e da altri enti previdenziali. In seguito alla discussione parlamentare tale parte venne ridotta allo 0,10%.
Ma la situazione da denunciare è che lo Stato non si è mai assunto l’onere previsto del 50%, riducendo progressivamente il contributo che non verrà più versato alle Regioni dal 1978 in poi.
La legge 1044, che partiva con un rapporto forte delle Organizzazioni sindacali e guardava soprattutto alle esigenze delle lavoratrici e dei lavoratori, si è trasformata ben presto in un’opportunità di crescita, di socializzazione e sviluppo per i bambini. Da servizio sociale di custodia a servizio educativo, come suggeriva già l’articolo 6 della legge.
Tutto il Paese si è mobilitato per avere questa legge. In molte fabbriche si allarga la piattaforma salariale non limitandosi solo ai problemi strettamente lavorativi ma ponendo il discorso dei servizi, del cittadino lavoratore (asili nido, trasporti…): un altro modo di vivere la città.
In modo particolare in Emilia-Romagna e in Lombardia in molte aziende si fecero accordi aziendali perché l’1% del salario venisse versato ai Comuni per istituire asili nido comunali. Ci sono stati numerosi scioperi e manifestazioni pubbliche, tra cui quella famosa delle commesse dei grandi magazzini con lo slogan “I nidi? Sono sugli alberi!”
Durante tutta la discussione della legge, che durò ben diciotto mesi (il disegno di legge rimase fermo oltre un anno al Ministero del Bilancio, che aveva dato un parere negativo in quanto non ritenuta una spesa di investimento), vennero fatte due manifestazioni nazionali a Roma, molte donne scesero in strada con  carrozzine e cartelli… e le rappresentanze delle lavoratrici vennero ricevute da tutti i gruppi parlamentari e fecero pressione per sollecitarne l’approvazione.

Quali passi ha fatto il Comune di Bologna per essere riconosciuto l’apripista per i nuovi asili nido comunali?

A Bologna, a metà anni sessanta, si era tenuto un dibattito in Consiglio comunale sulla necessità di avere asili nido comunali con un’impostazione diversa da quella praticata nell’ONMI (opera nazionale maternità e infanzia, istituita nel 1925).
Infatti già nel bilancio del 1966 era previsto un capitolo di spesa per la costruzione di asili nido comunali. Dall’iscrizione a bilancio sono passati tre anni prima di aprire un nido, nonostante la sollecitazione continua dei rappresentanti dei Quartieri verso il Comune.
La peculiarità del Comune di Bologna è stato il lungo lavoro fatto nella Commissione consigliare assistenza e servizi sociali, da parte di tutti i componenti, sulla tipologia edilizia e organizzativa da attuare (quale struttura, quali arredi, quali qualifiche del personale, modalità di presenza dei genitori all’interno del nido e delle forze sociali nella gestione…) prendendo le distanze dal modello sanitario e pesantemente assistenziale dell’ONMI. Si  condivise il fatto che per essere alternativi e innovativi era necessario avere personale formato.
Mancando in Italia scuole che preparassero questa nuova figura professionale, si decise di utilizzare strutture comunali di scuole medie superiori, le Sirani.
Si decise di fare dei corsi per assistenti d’infanzia e dirigenti di comunità. Nell’immediato, per avere personale da immettere negli imminenti nuovi asili nido si fece un corso intensivo serale per assistenti e dirigenti di comunità. Alla fine del corso le partecipanti si recarono a Roma per l’esame nell’unica scuola italiana, di stampo montessoriano, che rilasciava questi titoli.

Quale è stata la prima esperienza di asilo nido a Bologna?

In seguito al coinvolgimento e alla sensibilizzazione della Città per avere nidi, l’industriale Aldo Patini si presentò in Comune dichiarando la sua intenzione di costruire un asilo nido alle seguenti condizioni: che fosse ubicato nel Quartiere Bolognina, che il terreno fosse di proprietà comunale e che l’asilo nido fosse intitolato ai propri genitori. La nascita del primo nido quindi è segnata da una forte integrazione tra privato e pubblico, certo una conquista non recente come si vuole fare credere.
Avviato il nido Patini, che veniva seguito da esperti di area sociale ed educativa, tra cui Nino Loperfido e Simonetta Andreoli, e vista la soddisfazione dei genitori, tutti i Quartieri si sono mobilitati per avere nidi sul loro territorio. Un modo per rispondere a questa insistente e crescente richiesta è stata la cosiddetta ‘legge ponte’ (legge urbanistica) che prevedeva la possibilità di richiedere oneri non solo di urbanizzazione primaria ma anche secondaria (per scuole, campi sportivi, asili nido…).
Il Comune di Bologna è stato talmente sensibile al discorso dell’educazione dell’infanzia che già nel 1972 gli asili nido programmati secondo la legge ponte erano 18.

Quale rilancio oggi per i nidi?

Viviamo in un periodo di grande contraddizione: da una parte notiamo la cultura sempre più diffusa della necessità di questi servizi per l’occupazione femminile e soprattutto per il benessere del bambino, dall’altra si evidenzia il disimpegno dello Stato non solo sul piano economico (nella legge di stabilità del 2011 non c’è traccia dei finanziamenti per i servizi educativi 0-3 anni) ma soprattutto sul piano culturale e normativo.
Il Parlamento non ha più aggiornato la legge 1044/71, nonostante i numerosi cambiamenti nella società e nelle tipologie dei servizi e proposte di legge anche di iniziativa popolare. La 1044, infatti, teneva presenti solo gli asili nido comunali, oggi abbiamo un panorama molto più ricco sia per quanto riguarda le gestioni (comunali, di altri enti pubblici, del privato sociale, di privati) che le tipologie di servizio (nidi comunali, privati convenzionati, privati non convenzionati, nidi aziendali… per non parlare dei servizi integrativi al nido come i centri per bambini e genitori, gli spazi gioco per i bambini e i servizi domiciliari).
Si avverte la necessità di un risveglio culturale, partendo dai bisogni e dai diritti dei bambini, delle lavoratrici e dei lavoratori che manifestano una pluralità di esigenze non presenti nei primi anni settanta, dato il cambiamento enorme della società in questi quarant’anni. Ora le richieste debbono essere portate avanti non solo dalle lavoratrici ma anche dai padri e da tutti i cittadini.
E’ necessario riprendere una sensibilizzazione e un coinvolgimento della società con manifestazioni pubbliche, avendo pochi obiettivi ma chiari e precisi. Si tratta di coinvolgere tutti i massmedia in questa operazione di rilancio.
I nidi d’infanzia, come ha dichiarato la Corte costituzionale, hanno prioritariamente uno scopo educativo, servono per l’educazione dei bambini e in particolare soddisfano i bisogni di socializzazione, di stare con altri coetanei e quindi i nidi non possono essere condannati a restare servizi a domanda individuale e per pochi (in Italia frequenta un servizio per bambini in età 0-3 circa il 17,5% dell’utenza potenziale).

Gli asili nido e l’integrazione: quali possibilità?

Il Comune di Bologna non ha mai condiviso l’impostazione portata avanti dal Ministero della Pubblica istruzione che, tramite l’Ente nazionale per la protezione morale del fanciullo dava garanzie di operare un “razionale reperimento di alunni disturbati” per le scuole speciali e le classi differenziali, iniziando dalla scuola dell’infanzia. Il Comune quindi nei propri nidi ha superato nettamente tale consuetudine, accogliendo tutti i bambini e questo non è stato facile soprattutto all’inizio.
Per favorire l’integrazione dei bambini disabili il Comune è ricorso a una struttura di supporto, il Centro diretto dal professor Canestrari. Le educatrici e tutto il personale dei servizi comunali per la prima infanzia e per le scuole dell’infanzia erano seguiti ed accompagnati nel lavoro da psicologi e da altri professionisti.
Era iniziata un nuova epoca caratterizzata dall’integrazione dei bambini disabili fin dalla più tenera età.
Come all’inizio della nostra battaglia per ottenere una legge sugli asili nido si era partiti da un’azione di denuncia della gestione ONMI, così è avvenuto per chiedere la chiusura degli istituti che accoglievano molti bambini ‘difficili’ e disabili e questo grazie anche alle denunce della stampa e all’azione della Magistratura (i cosiddetti ‘pretori d’assalto’).
Oggi riguardo ai nidi e ai servizi integrativi dobbiamo denunciare l’assenza dello Stato.
In seguito al patto di stabilità e ai vincoli delle assunzioni per gli Enti locali, il pericolo è quello di esternalizzazioni selvagge mirate solo al risparmio e di un ritorno graduale all’assistenzialismo. La rinuncia alla gestione diretta in toto e alla carenza di verifiche e di controlli pubblici generalizzati può avere come conseguenza il non garantire i diritti dei bambini, dei loro genitori e del personale.
Il pericolo maggiore che intravvedo è comunque culturale e cioè che si ritorni al vecchio pregiudizio che dei bambini si debbano interessare solo le donne e che per questo si faciliti la rinuncia al posto di lavoro o alla sua ricerca.

con le forbici aiutiamo Renato