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Acquisizione dell'italiano e sordità
Su questo tema si è svolta, il 15 gennaio 2010, una giornata di intenso lavoro di ascolto, riflessione e discussione, dove oltre 130 partecipanti di varie regioni si sono immersi nelle problematiche dei percorsi per accompagnare i ragazzi sordi alla piena autonomia nella lingua italiana.
Riportiamo qui il discorso di introduzione al workshop, di Elisa Franchi e Debora Musola, che ne hanno lanciato e curato la realizzazione, in collaborazione con il Dipartimento di Scienze del linguaggio dell’Università Ca’ Foscari.
Italiano e sordità: stato dell'arte
La partecipazione massiccia a questa giornata è di per sé una conferma della attualità del tema che oggi affronteremo. Crediamo tuttavia che molti siano oggi qui non solo per un interesse scientifico rispetto all'acquisizione del linguaggio ma anche per la necessità di fare ulteriore chiarezza sullo scenario dello stato di sordità, che continua a essere complesso, se non a volte problematico, anche dopo quindici anni dalla comparsa dell'Impianto Cocleare.
Anche l'eterogeneità dei partecipanti è significativa: la presenza di genitori, medici, insegnanti, logopedisti, assistenti alla comunicazione, psicologi, linguisti indica da quante prospettive differenti la sordità debba essere affrontata e di quanto debba essere articolato e diversificato l’intervento che porta il bambino sordo a sviluppare tutte le sue potenzialità.
L'obiettivo di questa giornata di lavoro è realizzare una riflessione a più voci rispetto a quale e a quanto italiano conoscono i bambini e i ragazzi sordi che vivono negli anni 2000, che dispongono della migliore tecnologia diagnostica e protesica, che usufruiscono di metodologie comprovate, che beneficiano di interventi educativi mirati e integrati.
La nostra esperienza di logogenisti, quotidianamente a contatto con questi bambini, ma anche con le loro famiglie, con gli insegnanti, gli assistenti e i logopedisti, ci dice che, nonostante tutti i servizi che oggi si possono offrire, l'autonomia linguistica in italiano è ancora un obiettivo che poche persone sorde raggiungono.
L'accessibilità della lingua italiana continua ad essere problematica per il bambino sordo e l'ambito nel quale maggiormente ciò si evidenzia è quello scolastico.
Non è raro incontrare insegnanti sconcertati e disarmati di fronte ad alunni sordi che parlano bene, che grazie a protesi digitali o l'impianto cocleare migliorano la prestazione uditiva, che hanno sviluppato le loro capacità relazionali e comunicative, che hanno imparato a leggere e a scrivere ma che, tuttavia, necessitano dell'insegnante di sostegno per comprendere gran parte dei testi scolastici.
E tutti noi ci domandiamo quante e quali difficoltà questi bambini, diventati adulti, dovranno affrontare per inserirsi nel contesto lavorativo.
Scopo di questa giornata è allora fare il punto sullo stato di autonomia linguistica del bambino sordo: che grado di autonomia può raggiungere oggi, grazie alle nuove teconologie e alle nuove metodologie didattiche, linguistiche e abilitative che ci sono?
A monte è però necessario interrogarsi su un punto che a Bruna Radelli stava molto a cuore:è davvero possibile misurare la competenza linguistica? Lei era convinta di no. Questa convinzione forse nasceva dalla constatazione che qualunque indagine fosse parziale, cioè che potesse misurare solo un lato di quel multiforme poliedro che è l’autonomia linguistica di un essere umano.
D’altra parte, non credeva che fosse impossibile “fotografare” la competenza linguistica: anzi! Era fermamente convinta che la competenza linguistica fosse autoevidente, cioè che fosse assolutamente evidente sia la sua presenza sia la sua assenza (sela competenza linguistica c’è, si vede, se non c’è, si vede), ma che questa evidenza non fosse misurabile. E infatti lei vedeva con assoluta chiarezza e sorpresa che molti bambini e adolescenti sordi questa autonomia linguistica non ce l’hanno.
Noi tutti misuriamo qualcosa del bambino sordo: la sua competenza comunicativa, lessicale, fonologica, sintattica, o ancor più la sua competenza in un ambito molto ristretto della sintassi. Di questi bambini abbiamo quindi dati tecnici rispetto a ogni livello strutturale della lingua. Possiamo dire la lunghezza delle parole che uditivamente riconoscono a bocca schermata, conosciamo l'estensione del vocabolario, sappiamo quali elementi funzionali producono e comprendono. Oggi abbiamo radunato qui persone che proprio di questo si occupano.
Eppure nessuno di noi riesce davvero a misurare l’unica cosa rilevante per la vita del bambino sordo: la sua autonomia linguistica. Autonomia linguistica è autonomia tout court. È autonomia PUNTO. Ognuno di noi dichiara di lavorare per far sì che il bambino sordo la ottenga, ma sembra piuttosto che possiamo raggiungere i migliori risultati possibili in ognuna delle tante facce della autonomia linguistica, una buona articolazione, una buona discriminazione uditiva, un buon vocabolario, senza che queste componenti riescano a fondersi in un unico quadro di autonomia.
Sentiamo dunque l'urgenza di riflettere su questi temi e di arrivare ad una comprensione condivisa di quello che si intende quando si dice “questo bambino sa l'italiano”, “questo bambino non sa l'italiano”, “questo bambino sa un po’ di italiano”.
Debora Musola, Elisa Franchi









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